|
| There is a marker..no one sees it ‘cause the sand Has covered over all the messages it kept Misunderstanding, what original truth was And out expanding, in a faith, but not in love
What went wrong?
Walking tightrope high over moral ground Seeing visions of falling up somehow Do come down
With the living let what is living love So unforgiving, yet needing forgiveness first
God, what do you say?
Those undecided needn't have faith to be free And those misguided, there was a plan for them to be Now you got both sides claiming killing in god's name But god is nowhere to be found, conveniently
What goes on?
Walking tightrope high over moral ground Walk the bridges before you burn them down Do come round
With the living let what is living love unforgiving, yet needing forgiveness first
God, what do you say? What do you say?
I feel a sickness. A sickness coming over me Like watching freedom being sucked straight out to sea And the solution? Well, from me far would it be But the delusion is feeling dangerous to me
What goes wrong?
Walking tightrope high over moral ground Seeing visions of falling up somehow Do come down
With the living, let what is living love Are forgiving, yet needing forgiveness first
What do you say? God, what do you say? What do you say?
Calling out, calling out Calling out, calling out ________________________________ Musica nel lodigiano: Estebàn Los Fuocos ________________________________
Disco di maggio: Avatar - Comets on Fire |
|
|
|
|
11 dicembre 2006

WAIT...... WE ARE COMING!!!!!!
| inviato da il 11/12/2006 alle 14:59 | |
|
|
30 ottobre 2006
Il disco di Novembre

Autore: COMETS ON FIRE Titolo: Avatar Anno: 2006 Genere: psych-rock Etichetta: Sub Pop
Conseguita brillantemente la difficile prova del terzo disco (“Blue Cathedral”), con annesso passaggio a major (Sub Pop), i Comets On Fire possono permettersi di variare, accontentando ora i duri e puri dello space-rock (la jam con i Burning Star Core, gli spasmi elettrificati di “Residual Echoes”), ora i neo-fan (o i novizi) anelanti a un maggiore intrattenimento. Questa seconda funzione, a parte i tardi sviluppi dell’originario progetto del chitarrista Ben Chasny (Six Organs Of Admittance), è soprattutto assunta dal loro quarto album ufficiale di studio, “Avatar”. Con “Avatar” si fanno (relativamente) da parte mostruosità granitiche di riff incontrollati, tornado electro e cadenze scalmanate. A dirigere l’orchestra è ora una volontà maggiormente organica, ormai senz’ombra di dubbio musicale a pieno titolo, ma che ancora non si accontenta di veleggiare su livelli convenzionali.
In termini di trovate soniche suadenti, è un album che tende a non escludere nulla. “Jaybird”, ad esempio, è subito intrigante riff basso-batteria da dove emergono note acute e gas electro , a condurre fino all’imponente chorus e a improvvisazioni eleganti, e che pure si fa ricordare come la naturale evoluzione/sofisticazione delle loro inserzioni folk del passato. L’elemento elettronico, come in “The Swallow’s Eye”, sembra ora in grado di reagire agli aumenti di emotività in modo anche più nitido e possibilmente creativo di prima, libero di spaziare e di avere propria autonomia. “Sour Smoke” è un brano che richiama Faces e Zombies (non più Hawkwind e MC5) nel suo irrobustire strutture melodiche di accordi solenni di piano elettrico e batteria rimbombante, oscure vocalità di massa, strutture ricorrenti e ossessive. “Holy Teeth” è riff power-garage adornato di sibili indomiti, che rilascia uno sprint a tutta birra degno dei Seeds, canto sguaiato e deflagrazione conclusiva. Anche il lungo opener “Dogwood Rust”, il suo attaccare dal nulla un concertino a base di basso ficcante e chitarre lamentose, è opera di mestieranti ormai consumati, che pure possono permettersi di rendere omaggio ai modulati cambi di tempo dei Mars Volta.
Rimangono conferme della sottigliezza ironica di “Blue Cathedral”, dei suoi singolari accenni al teatrino vaudeville (“Lucifer’s Memory”, tra Aor e blue-eyed soul nei suoi stop-and-go suadenti), e una chiusa anche più Floyd-iana del previsto (“Hatched Upon The Age”), pure preceduta da canto partecipato e da una brillante frase di piano. In veduta aerea, il sugo di tutta la storia - come direbbe Manzoni - è visibile sia in prospettiva globale che in quella spicciola, relativa alla completezza e alla dispersione di alcuni dubbi residui: c’è davvero competenza, espressività melodica, buon godimento. Tanto è vero che degli incubi distorti di “Field Recordings From The Sun” si può quasi (quasi) fare a meno. Il vocalist e chitarrista Ethan Miller ha varato il progetto Howlin Rain, in tutto e per tutto aderente e coerente con il nuovo corso della band.
Recensione di Michele Saran.(www.ondarock.it)
Tracklist 1.Dogwood Rust 2.Jaybird 3.Lucifer’s Memory 4.The Swallow’s Eye 5.Holy Teeth 6.Sour Smoke 7.Hatched Upon The Age
| inviato da il 30/10/2006 alle 12:22 | |
|
|
29 luglio 2006
TORNANO I....
The Lifting
4 AGOSTO 2006
| inviato da il 29/7/2006 alle 11:57 | |
|
|
3 luglio 2006
"Sono nato piangendo mentre tutti ridevano, moriro' ridendo mentre tutti piangeranno"
Riders on the storm Riders on the storm Into this house we're born Into this world we're thrown Like a dog without a bone An actor out alone Riders on the storm
There's a killer on the road His brain is squirmin' like a toad Take a long holiday Let your children play If ya give this man a ride Sweet memory will die Killer on the road, yeah
Girl ya gotta love your man Girl ya gotta love your man Take him by the hand Make him understand The world on you depends Our life will never end Gotta love your man, yeah
Wow!
Riders on the storm Riders on the storm Into this house we're born Into this world we're thrown Like a dog without a bone An actor out alone Riders on the storm
Riders on the storm Riders on the storm Riders on the storm Riders on the storm Riders on the storm
«Quando il mio corpo sarà cenere il mio nome sarà leggenda»
3/7/71 - 3/7/06
| inviato da il 3/7/2006 alle 14:27 | |
|
|
9 maggio 2006
| inviato da il 9/5/2006 alle 13:48 | |
|
|
5 maggio 2006
il disco di maggio

Pearl Jam
Pearl Jam
Può un gruppo rock arrivato all’ottavo disco riuscire a stupire ancora e a convincere chi ascolta di essere ancora capace di fare dell’ottimo rock?
Cammini fra gli espositori di dischi, ti soffermi nel reparto delle novità. Eccolo li, il nuovo album dei Pearl jam… no dai, ha davvero quella copertina, blu con l’avocado e basta. Dai, i 5 di Seattle ci avevano abituato a ben altro: Vitalogy, No code, Yeld, Riot act. Invece è proprio così, e va bè, in fondo è solo la copertina. Già, perché quando lo apri capisci che non è l’abito che fa il monaco. Balza all’occho come l’interno sia già diverso, sembra anche più “cupo” del solito. Cosa ci si può aspettare allora dalle canzoni che sta per sprigionare…. Basta con le supposizioni e gli indugi, lo si ascolta e si vedrà….
E allora eccolo che parte…. Ehi ehi…. Aggressivo… “life wasted”, “Worldwide suicide”, “Comatose”, “Severed hand”… ma quanto sta urlando Vedder? Era da un po’ che non lo si sentiva ruggire così. Anche i suoni sembrano incazzati, come non lo erano da un po’… grezzi, ruvidi. Quando parte “Marker in the sand” titubi,,,, ma è tutto così aggressivo? Poi il ritornello di corregge il tiro…. Splendido, una perla, proprio prima della canzone forse meno…… meno, di tutto il disco, quella “Parachutes” dallo starno stile, poco jammico….. pace, perché “Unemployable” si riallinea a ciò che si è ascoltato in precedenza. E se “Big Wave” rockeggia sulle onde da surfisti in una sorta di metafora del come si può affrontare la vita, “Gone” si presenta come la prima ballata, ciò che fino ad ora mancava al disco (senza però esagerare con la lentezza). Fa invece un po’ da tappa-buco “Wasted reprise”, un minuto per riprendere i concetti espressi con veemenza all’inizio dell’ascolto. Sembra che i Pearl Jam stavolta non riescano a calmarsi, se anche la tristezza espressa in “Army reserve” appare ritmata. Solo alla fine i 5 si placano con “Come back” e “Inside Job” che, fedele a tutti i finali che l’hanno preceduta, chiude piano la porta su un disco che racconta la rabbia e la tristezza di una guerra tanto stupida quanto inutile, che racconta le diverse realtà di una nazione e che racconta la forza e l’amore. E non pensate che questo gruppo sia finito, io dopo questo disco ho fugato ogni dubbio, perché i Pearl Jam sanno ancora fare rock, aggressivo, intelligente… convincente. (recensione by karic)
1) Life Wasted 2) World Wide Suicide 3) Comatose 4) Severed Hand 5) Marker In The Sand 6) Parachutes 7) Unemployable 8) Big Wave 9) Gone 10) Wasted Reprise 11) Army Reserve 12) Come Back 13) Inside Job
Data d' uscita: 28 aprile 2006 in Europa e il 2 maggio 2006 in Us.
Jeff Ament - Bass Stone Gossard - Guitar Mike McCready - Guitar Ed Vedder - Guitar, Vocal Matt Cameron - Drums, Percussion
Altri musicisti:
Boom Gaspar - Hammond B3, Fender Rhodes Gary Westlake - Optigen Damien Echols - non suona nell' album. Ma ha scritto con Ed il testo di 'Army Reserve'. Damien è uno dei tre ragazzi di West Memphis.
Registrato e mixato allo Studio X, Seattle, WA.
Registrato da: Adam Kasper. Prodotto da Adam Kasper insieme ai Pearl Jam.
| inviato da il 5/5/2006 alle 10:21 | |
|
|
1 maggio 2006
Presto nuovi post.... il disco del mese e forse anche altro ;)
stay tuned
| inviato da il 1/5/2006 alle 20:52 | |
|
|
20 aprile 2006
Un bicchiere di rosso, una sigaretta spenta nel posacenere, un foulard bianconero.... e la bandiera giallo viola a mezz'asta...... quando i grandi personaggi se ne vanno, giù il cappello e un doveroso omaggio.....
ciao don Peppino
| inviato da il 20/4/2006 alle 15:4 |
|
|
6 aprile 2006
La pazzia di Aprile
Perchè quando vedo qualcosa su Morrison io non capisco più niente e compro???

Butler, Patricia
Gli Angeli danzano, gli angeli muoiono
Piemme - Collana: Saggistica
Pagine 382 - Formato 13,5x21,8 - Anno 2006 - ISBN 8838481652 Argomenti: Biografie - Autobiografie - Diari - Interviste, Musica., Rock - Blues
Note: Romanzo gotico di Jim Morrison e Pam - Traduzione di Enrico Domenichini
Caratteristiche: rilegato, illustrato a colori, con sovraccoperta
Note di Copertina
Questo non è un racconto di dissoluzione e morte alla Sid e Nancy, sebbene vi siano molti momenti in cui il pazzo melodramma del rock'n'roll di quegli anni - o di tutti gli anni? - prende il sopravvento. Non è neanche una moderna Romeo e Giulietta, nonostante, qua e là, vi si trovino echi familiari. È una storia originale e diversa, che fino a ora non era mai stata raccontata. Forse può essere definita un romanzo gotico: la storia dell'ascesa e della caduta del "Re Lucertola" e della sua "Regina delle fate". Forse, come ha scritto il New York Times, la burrascosa vicenda della relazione tra Jim Morrison, l'icona più celebre del rock trasgressivo, e Pamela Courson, la ragazza che, tra addii e riconciliazioni, gli sarà accanto fino all'ultimo giorno - e anche oltre - è soprattutto il tassello che ancora mancava. Non solo per comprendere appieno la leggenda dei Doors, ma per cogliere lo spirito di un'epoca ribelle e psichedelica, feconda e bruciante, che non smette di influenzare e affascinare.
"Ho pensato spesso a un nuovo libro che raccontasse ciò che ancora no era stato raccontato: la storia di Jim e Pam. Ora quel libro è stato scritto. La sorprendente riscrittura della vita di Morrison fatta da Patricia Butler è forse la parola conclusiva." (Jerry Hopkins, autore del bestseller "Nessuno uscirà vivo di qui")
"Il più completo ritratto di Jim Morrison mai pubblicato...Assolutamente affascinante." (J. Randal Johnson, sceneggiatore del film "The Doors")
"Una grande lettura, non solo per i fans dei Doors, ma per chiunque sia interessato a un'epoca indimenticabile." (New York Times)
| inviato da il 6/4/2006 alle 9:50 | |
|
|
8 marzo 2006
Il disco di marzo
In attesa del nuovo disco pervisto in uscita nei primi giorni di maggio....

Autore: TOOL Titolo: Lateralus Anno: 2001 Genere: prog-metal Etichetta: Volcano
Se si parla dei Tool bisogna necessariamente partire dal presupposto che non si sta parlando di una band normale, ma di un oggetto completamente anomalo nel panorama musicale contemporaneo rispetto al quale ogni paragone con altri gruppi può risultare fuorviante.
Basta osservare uno dei video diretti dal chitarrista Adam Jones per rendersi conto della diversità dei Tool. I loro video appaiono come il parto di una mente malata e contorta e ci rendono partecipi di visioni da incubo raccapriccianti e suggestive al tempo stesso e costituiscono quanto di più strano ci possa offrire il palinsesto di Mtv (seppure a orari concessi solamente ai vampiri).
Un’architettura naturalmente non solo visiva, ma musicale di incredibile complessità e originalità tanto da trascendere gli schemi tradizionali dell’hard-rock e del metal sin dal suo esordio nel 93’ (Undertow, primo disco dei Tool per una major, una sorta di fusione in chiave psichedelica di influssi grunge, crossover e rock di origine zeppeliniana).
Lateralus esce a ben 5 anni dal precedente Ænima, da molti considerato un disco cardine nella scena metal anni 90’. Se quell’album ebbe l’effetto di una profonda scossa tellurica portando una folata di aria fresca in un movimento musicale da lungo tempo statico, Lateralus si spinge ancor oltre sancendo la definitiva maturità artistica del gruppo. Lateralus compie un passo coraggioso verso territori inesplorati spingendosi verso i recessi più angusti e oscuri dell’animo umano. Come ogni passo coraggioso anche questo nasconde però non poche insidie e rischi al suo interno: indubbiamente la musica proposta dai Tool non è per tutti, non solo per la sua durezza, ma soprattutto perché rifiuta la consueta “forma canzone” (ritornello-strofa-ritornello) creando dei brani in continua evoluzione e dalla durata media di 7-8 minuti (quasi fossero mini-opere). Di certo la loro musica può non piacere a tutti, ma di certo non lascia indifferente l’ascoltatore.
I testi di Maynard James Keenan profondi e criptici dipingono paesaggi oscuri e apocalittici con frequenti riferimenti all’occultismo, alla morte, alla psicologia umana, al sesso ma anche alla matematica e all’astronomia e comunque in modo mai diretto, ma usando allusioni e metafore che si prestano a infinite interpretazioni. La voce di Keenan è sicuramente fra le più particolari e inconfondibili che si possano ascoltare; è impressionante la facilità con cui passa da una rabbia urlata a una pacatezza quasi mistica. Sicuramente ha fatto tesoro della sua esperienza con gli A Perfect Circle e questo ha portato una maggiore attenzione alla melodia all’interno dei Tool.
Lateralus mostra un’attenzione, una cura letteralmente maniacale nella scelta delle sonorità, degli arrangiamenti soprattutto ritmici (si fa un notevole uso di ritmi e atmosfere tribali) e delle tecniche di registrazione (avanzatissime).
Si potrebbe forse considerare un disco presuntuoso, ma il talento e la creatività di questi quattro musicisti sono sufficienti a dipanare ogni dubbio: ci troviamo di fronte a un disco destinato a durare nel tempo, ma che ha bisogno di molti ascolti per essere apprezzato.
C’è l’orientaleggiante Parabol dal cantato quasi in trance che sfocia nel riff assassino della successiva Parabola. C’è la deflagrante potenza di fuoco di Ticks & Leeches che si evolve secondo gli umori dettati dalla batteria di Danny Carey, che può essere a buon ragione considerato fra i guru mondiali del suo strumento. C’è il progressive psichedelico di Reflection o la calma ipnotica di Disposition. Potrei provare a descrivere ogni brano, ma le parole in questo caso non possono esprimere il confuso, ma vivido caleidoscopio di emozioni che si prova ascoltando questo disco.
Tracklist: 1.The Grudge 2.Eon Blue Apocalypse 3.The Patient 4.Mantra 5.Schism 6.Parabol 7.Parabola 8.Ticks & Leeches 9.Lateralus 10.Disposition 11.Reflection 12.Triad 13.Faaip De Oaid
Tool: Maynard James Keenan (voce) Adam Jones (chitarre) Justin Chancellor (basso) Danny Carey (batteria)
| inviato da il 8/3/2006 alle 17:31 | |
|
|
|
|
|
|